MILANO (MF-NW)--Mentre l'Europa si interroga sul futuro della logistica tra tagli lineari e crisi d’identità, la giornata odierna segna uno spartiacque importante per il settore. Da una parte, Royal Mail annuncia l'ennesima sforbiciata ai costi; dall'altra, Poste Italiane lancia la seconda tranche di un massiccio buyback azionario. Un parallelo che non è solo cronaca finanziaria, ma la fotografia del fallimento del modello postale puro a favore di quello ibrido italiano.
L'annuncio di Royal Mail è un dejà-vu amaro per il Regno Unito. Il taglio di 2.500 posti di lavoro entro il 2027 rappresenta il tentativo disperato di Kretinsky di raddrizzare una barca che imbarca acqua da anni. Non è un intervento sul campo — i postini restano, per ora — ma un attacco frontale alla sede centrale e alle funzioni di supporto .
Con un’acquisizione da 3,6 miliardi di sterline alle spalle, Kretinsky sta applicando la logica del private equity: semplificare per sopravvivere in un mercato dei pacchi dove Amazon e i corrieri low-cost hanno già mangiato i margini. Royal Mail è prigioniera della sua storia: un gigante nato nel 1516 che non riesce a trasformare il calo del volume delle lettere (sceso del 60% in vent'anni) in una opportunità di business redditizia.
Poche settimane fa, la Germania ha scelto la via della fuga semantica. Deutsche Post è diventata ufficialmente Dhl Group. Non è solo marketing: è una ristrutturazione legale che isola il business postale domestico (Post & Parcel Germany) come una sorta di bad company o, perlomeno, come un’entità separata dai profitti della logistica globale .
La logica tedesca è chiara: il mercato azionario premia i corrieri globali e penalizza chi distribuisce buste paga e bollette. Dividendo il gruppo in cinque divisioni, il management ha creato un cordone sanitario attorno alle poste tradizionali, pronti a lasciarle al loro destino di servizio pubblico sussidiato mentre il resto del gruppo corre nel business dell’e-commerce mondiale.
In questo scenario di ritirata, Poste Italiane appare come un'anomalia statistica. Proprio oggi, mentre Londra tagliava teste, Roma avviava l'acquisto di ulteriori 2,9 milioni di azioni proprie, parte di un programma da oltre 125 milioni di euro totali.
A differenza di Royal Mail, Poste Italiane non è un'azienda postale. È una banca, un'assicurazione e un operatore telco che usa gli uffici postali come hub di servizi. Il margine di profitto non viene dal francobollo, ma dalla polizza vita e dalla fibra ottica. Poste inoltre gestisce oltre 580 miliardi di euro di attività finanziarie degli italiani. Questa massa critica permette una stabilità che i competitor europei, puramente logistici, non hanno.
Poste ha integrato la rete dei portalettere con la consegna dei pacchi e-commerce (il modello Joint Delivery), trasformando un costo fisso in un vantaggio competitivo di prossimità.
Il settore postale ribalta la narrativa del declino italico. La moderna Royal Mail, privatizzata e snella, è oggi un'azienda in perenne ristrutturazione che brucia cassa. Le vecchie Poste Italiane, con la loro rete di uffici capillare, il loro legame viscerale con il territorio e ora l'integrazione di Tim, sono una macchina da dividendi.
glm
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0715:59 ott 2026